dal 1892 sui monti di Sicilia

In montagna, nonostante tutto

A chi dice che i rifugi del CAS sono “abbandonati, diruti e non fruibili”, rispondiamo che non è vero e che non si può fare di tutta l’erba un fascio.

Molti dei nostri rifugi vengono aperti per attività escursionistiche e culturali, per quanto è possibile per un’organizzazione che si basa sul contributo volontario dei soci e che ormai da tempo aspetta il rinnovo delle concessioni per potere progettare.

Finora, i rifugi del CAS sono stati costruiti, manutenuti e gestiti dal Club a proprie spese. La gestione di queste strutture non è stata finanziata da un Ente pubblico, magari con un custode che le aprisse tutti i giorni. Alle Amministrazioni locali che oggi parlano di rifugi “abbandonati”, noi chiediamo: dove eravate fino a ieri, quando i rifugi venivano tenuti aperti solo grazie al volontariato? Ai cittadini che parlano di rifugi “sempre chiusi”, chiediamo: quando camminate in montagna e passate da una casa, dite “è sempre chiusa”? Non è una struttura pubblica, quindi non è sempre aperta. Quanti sono i rifugi della forestale—tutti finanziati con soldi pubblici—chiusi e a volte anche abbandonati? Il territorio delle Madonie ha chiari esempi di strutture alberghiere e/o di accoglienza realizzate dalla mano pubblica oggi abbandonate e pressoché irrecuperabili (vedi l’Hotel Milocca).

Regolarmente, a chi dice che i rifugi del CAS sono sempre chiusi, chiediamo quando è stata l’ultima volta che sono passati dal rifugio. Quasi sempre ci sentiamo rispondere: “l’anno scorso”. Forse la cosa di cui dovremmo parlare è il fatto che la gente va in montagna una volta ogni morte di papa. Tutte le volte che siamo ai rifugi e non passa nessuno, il rifugio è aperto, ma di gente in giro non ce n’è neanche l’ombra.

I nostri rifugi sono fruibili, ma con modalità che forse non si prestano alla domanda di un pubblico del tutto “urbanizzato”. Le poche richieste che riceviamo per utilizzare le nostre strutture (soprattutto quelle piccole) si limitano a un uso tipo Airbnb: io ti do i soldi e tu mi dai le chiavi. È chiaro che questo sistema non può funzionare per delle strutture come i rifugi, sia in termini di garanzie legali che di uso sociale. A nessuno, guarda caso, interessa associarsi al CAS. Alle volte, anche questo interesse è legato unicamente all’uso individuale dei rifugi: io pago la quota associativa e tu mi dai le chiavi. Il problema rimane. A nessuno interessa far vita associativa, andare a pulire, rassettare, riparare, trasportare, o contribuire in qualche altro modo a qualcosa che vada oltre il “voglio dormire nel rifugio per i fatti miei”.

Ci teniamo poi a sottolineare che queste richieste sono poche, per ridimensionare da subito i sogni di facili guadagni che sicuramente ispirano chi mira a gestire le nostre strutture. Sostanzialmente, le richieste arrivano quando c’è neve (e bel tempo) o quando c’è bel tempo. Basta che non ci sia neve o che le previsioni siano brutte (cielo nuvoloso, possibile pioggia, vento, afa) e magicamente nessuno è più interessato a dormire nei rifugi (e a venire in montagna). Chi frequenta veramente le terre alte siciliane questo lo sa bene; chi dice il contrario non sa di cosa parla o è in mala fede.

Alcune strutture del CAS di “grandi” dimensioni, come l’Ostello della Gioventù (“il Merlino”), non sono più fruibili come un tempo perché dopo la scadenza della concessione, la regione non si è più interessata alla questione, impedendo così al CAS di progettare. Questo problema riguarda tutti i nostri rifugi costruiti su terreni demaniali. Dopo essere stati messi in condizione di non potere operare, adesso siamo accusati di non avere operato. Ma anche questo è vero solo in parte, poiché nei limiti del possibile, abbiamo invece continuato a provvedere alla manutenzione di queste strutture poiché legati al significato profondo che hanno per noi.

L’unico rifugio che appare abbandonato al suo destino è quello dello Scalonazzo su Pizzo Carbonara, che è stato scoperchiato da una fortissima tempesta. Dopo avere provveduto, a nostre spese, a rimuovere i resti del tetto dal pianoro, abbiamo proposto alla Regione un progetto di ristrutturazione redatto dal nostro socio architetto Barraja, le cui realizzazioni in montagna sono oggetto di citazione nelle maggiori riviste specializzate.

La fruizione della montagna siciliana nel tempo libero è una questione molto complessa; non può essere ridotta a slogan del tipo “il rilancio di Piano Battaglia”. Il rilancio di cosa precisamente? Come e con quali mezzi? E soprattutto, a favore di chi? Senza rispondere a queste domande, appare inopportuno parlare genericamente di “uso collettivo e pubblico” e di “corretta gestione”. In attesa di risposte, come Club Alpino Siciliano continueremo a lavorare per creare una cultura della montanità adatta al ventunesimo secolo, priva di campanilismi e nostalgie del passato.

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Quando la Regione si dimentica delle proprie risorse turistico/culturali. L’incredibile caso dei Rifugi del Club Alpino Siciliano.

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  1. Giuseppe Lo Cicero

    Desidero condividere la mia esperienza con i rifugi e con il CAS:

    Mi sono iscritto al Club Alpino Siciliano (CAS) intorno al 1968. Conservo ancora il bellissimo distintivo che indossavo sempre con orgoglio quando ero in montagna. Quando mi capitava di andare sulle Alpi mi chiedevano, con ironia, che senso avesse un club alpino in Sicilia ed io raccontavo a loro, increduli, delle meravigliose montagne che abbiamo in Sicilia.

    Facevo parte del gruppo speleologico, ma mi dedicavo molto anche all’escursionismo ed allo sci. Facevo quasi sempre base al rifugio Orestano di Piano Zucchi. Non prenotavo mai perché sapevo che i Mogavero mi avrebbero comunque trovato un posto, anche se su un tavolo o nella mansarda del vecchio rifugio; queste erano le soluzioni che preferivo perché, in questi casi, non mi facevano pagare e per me, giovane e squattrinato, era l’ideale. Una volta abbiamo dormito in otto sui tavoli. La sera ci gustavamo il delizioso “Minestrone Vulgaris” di Papà Mogavero.

    Cercavo di attirare in montagna quanta più gente possibile. Organizzavo escursioni e bivacchi in qualsiasi stagione e con qualsiasi condizione meteorologica. Una volta, per esempio, siamo andati in una dozzina al rifugio di Monte Cervi e ci ha colti un violento temporale, ma eravamo ben equipaggiati e ci siamo goduti serenamente il caldo del camino all’interno del rifugio. Il telefono a manovella, che normalmente consentiva il collegamento con il rifugio Orestano e con una caserma dei Carabinieri, non funzionava a causa della tempesta. Alcuni genitori dei più giovani si sono preoccupati ed hanno avvertito i Carabinieri che si sono avventurati nella tempesta. Sono arrivati sfiniti e colati fradici, perché la loro Campagnola si era impantanata. Quei bravi e volenterosi ragazzi, che pensavano di andare a salvare un gruppo di ragazzi in pericolo, stupiti, si sono poi rifocillati e riscaldati davanti al camino.

    Un’altra volta c’era stata una nevicata eccezionale, due metri di neve. Ho organizzato un’escursione al rifugio Cervi con sci ai piedi e pesanti zaini in spalla. Io ero l’unico del gruppo che conosceva il posto ma lo scenario era stravolto dall’abbondante nevicata ed abbiamo impiegato diverse ore per raggiungere il rifugio. Ci siamo fermati parecchi giorni e l’esperienza è stata meravigliosa.

    Sono salito con gli sci anche al rifugio del Carbonara insieme ad un socio del Club Alpino Italiano (CAI) ed un cane di Piano Battaglia che ci ha seguiti. Alla partenza c’erano -6°C ed al Carbonara almeno due gradi in meno. Ho costruito un giaciglio di rami per il cane che ha anche cenato con una calda pappa di pane e carne in scatola. Al mattino siamo scesi con gli sci: stupendo!

    Nella bella stagione il rifugio di Monte Cervi è facilmente raggiungibile in automobile e quindi, nei primi anni di vita, ha goduto di un’adeguata manutenzione. Fare manutenzione al Carbonara è ben altra cosa e già, dopo il primo anno di vita, il rifugio cominciava ad essere trascurato. Mi sono assunto allora l’onere, ma anche il piacere, di occuparmi della manutenzione e d’estate salivo con una pesante attrezzatura per trattare con olio di lino le parti in legno e riparare la porta che veniva regolarmente scassinata. Un’anno ho notato che qualcuno, oltre a scassinare la porta, aveva anche bruciato nella stufa il tavolo e le panche. Allora mi sono fatto aiutare dall’amico del CAI di cui sopra e, con 60 kg di attrezzi e materiali sulle spalle, siamo andati a ricostruire tavolo e panche.

    Fino a quel momento il CAI ed il CAS andavano d’amore e d’accordo. Si organizzavano tante cose insieme e l’atmosfera era sempre serena e rilassata. Poi, in seguito ad un trasferimento pilotato di tutto il gruppo sciistico dal CAI al CAS, è scoppiata la guerra tra i club e ai soci del CAI non venivano più concesse le chiavi dei rifugi del CAS.

    Nell’estate del 1973 sono partito da Palermo con la solita attrezzatura di manutenzione e sono passato dalla “Marmotta” di Piano Zucchi (ora in rovina) dove alloggiava l’allora presidente del CAS, per farmi dare, come di consueto, le chiavi del rifugio Carbonara. Sono stato accolto molto scortesemente e le chiavi mi sono state negate con la motivazione che ero amico di un socio del CAI (lo stesso che l’anno precedente mi aveva aiutato per la manutenzione del rifugio).

    Così, con grande tristezza e disgusto, è finita la mia avventura con il CAS.

    Da quel momento ho visto andare progressivamente in rovina i vari rifugi, abbandonati all’incuria. Naturalmente ho continuato a frequentare le Madonie, i Nebrodi e l’Etna, con passeggiate a piedi e a cavallo e bivacchi in tenda. Dopo parecchi anni, in occasione di una delle frequenti passeggiate con mia moglie a Monte Cervi, ho notato con piacere che il rifugio, per la prima ed unica volta in quasi 50 anni, era aperto. Ho bussato e mi ha accolto il presidente del CAS con sua moglie. Questa volta è stato molto cordiale, ricordandomi come “l’atleta del Club Alpino Siciliano” perchè, ai vecchi tempi, ero l’unico che sciava (ma non sono mai stato un atleta). Mi ha mostrato, molto fiero, che adesso c’era l’energia elettrica, il frigorifero e la lavabiancheria (la lavabiancheria!). L’ho ringraziato per la cordiale accoglienza e sono andato via, deluso, con l’amara sensazione che l’amato rifugio fosse diventato una casa di villeggiatura privata.

    Un paio di anni fa, però, ho notato con grande piacere che erano stati effettuati importanti lavori di manutenzione al Vicaretto.

    La tempesta che ha scoperchiato il rifugio del Carbonara non è stata la causa, ma l’occasione; le tempeste di vento sono molto frequenti e violente allo Scalonazzo. Quando ho visto il tetto volato a più di 100 metri di distanza mi veniva da piangere. Ho osservato i resti con attenzione. Il tetto era una lamiera di ferro, in unico pezzo, originariamente ancorata, come ben sapevo, alle parti in legno del rifugio. Dette parti in legno erano totalmente degradate a causa della mancanza di manutenzione e quindi non vi era più alcun ancoraggio. Il tetto, quindi, si teneva solo grazie al suo peso e, al primo colpo di vento un po’ più forte degli altri, è volato via come una vela al vento.

    Al rifugio di Monte Cervi, come è evidente osservando le parti in legno esterne, non viene fatta la fondamentale manutenzione ordinaria. A poche centinaia di metri dallo stesso c’è il rifugio della Forestale “Valle Giumenta”, sempre aperto a tutti, con nessuna traccia di atti vandalici ed in ottime condizioni. Lo stesso non si può dire, purtroppo, per le zone esterne; il bosco circostante offre uno spettacolo indecoroso perchè, purtroppo, troppe persone non sanno rispettare la natura. La prima cosa che ho insegnato al gruppo che qualche hanno fa ho portato a bivaccare a Valle Giumenta, è stata sul come soddisfare i propri bisogni fisiologici non rinunciando all’igiene personale e nel rispetto del bosco quindi, senza lasciare traccia. Alcuni del gruppo erano partiti a piedi da Portella Colla, altri, a cavallo, eravamo partiti da Torre Montaspro (Piano Torre) e abbiamo raggiunto il rifugio salendo da Valle Giumenta. Ho chiesto ed ottenuto senza problemi l’autorizzazione dalla Forestale e dall’Ente Parco, per portare acqua, fieno e recinzione per i cavalli. Ho scelto una notte di luna piena; è stato stupendo. Abbiamo montato le tende attorno al rifugio ed alcuni del gruppo hanno dormito all’interno del bivacco, i cavalli erano liberi di muoversi all’interno di un’ampia recinzione che abbiamo creato tra gli alberi. Per qualcuno del gruppo c’è stato anche il battesimo della sella, cioè la prima esperienza a cavallo.

    Secondo me, ma posso sbagliare, questo dovrebbe essere lo spirito della montagna: condivisione, partecipazione, educazione, rispetto, amore.

    Pinì Lo Cicero
    27/09/2021

  2. Giovanni Orlando

    Gentile signor Lo Cicero,

    la ringrazio per questa sua testimonianza. Le rispondo a titolo personale, in quanto autore del post che lei ha commentato. Sono socio del CAS da appena tre anni e non ho nessuna carica ufficiale all’interno del Club.

    Mi ha fatto molto piacere leggere delle sue (dis)avventure nei rifugi e bivacchi del CAS. Nei suoi racconti ho trovato punti in comune con le esperienze che abbiamo avuto modo di fare io e due miei amici, anch’essi da poco iscritti al Club (può leggere i racconti di alcune di queste esperienze sulle pagine di questo sito). Mi è dispiaciuto, invece, leggere di come si è conclusa la sua partecipazione al CAS. Parliamo però di episodi avvenuti quasi cinquant’anni fa. Personalmente, ritengo che della frequentazione della montagna del Novecento vada recuperato un certo senso di sorpresa e semplicità, ma lasciato andare il rancore e i progetti di sviluppo, che oggi appaiono quanto meno stanchi.

    Anche il CAS deve affrontare questa sfida. Il ricambio generazionale non è una cosa semplice. Ci vogliono forze fresche e nuove competenze, ma anche nuovi capitali. Nessuna di queste cose si trova facilmente in una società come quella attuale, caratterizzata da individualismo, precarietà lavorativa, fuga dei cervelli e turismo low cost. Continuano poi problemi atavici, come le gestioni “di famiglia” e la cattiva politica, che spesso influenzano il mondo dell’associazionismo.

    Da tre anni a questa parte, il CAS ha ripreso con maggiore regolarità la frequentazione della montagna, non senza fatica e con alterne fortune. Sono stati effettuati diversi “investimenti”, sia da parte del Club (come il completo rifacimento del tetto del Rifugio Vicaretto, da lei notato) sia da parte di singoli soci (come il conseguimento del titolo di guida ambientale ed escursionistica).

    Inevitabilmente, alcuni problemi rimangono. Al rifugio di Piano Cervi va data una bella mano di impregnante, è vero. Speriamo si possa provvedere quanto prima. All’interno, la struttura è nelle condizioni migliori da molti anni a questa parte. Rispetto a questo rifugio, non ritengo corretto il paragone con quello di Valle della Giumenta, per due motivi. Primo, non è vero che quella struttura è sempre in buon ordine. In diverse occasioni, ci è capitato di trovarvi immondizia varia, dai resti di cibo ai preservativi, fino alle tende da campeggio rotte. Non molto tempo fa, la finestra del rifugio era divelta. Adesso è stata riparata. E qui entra in gioco il secondo motivo per cui ritengo il paragone fuorviante: la manutenzione di Valle della Giumenta la fa la Regione. I rifugi del CAS non godono di questo aiuto. Non è una differenza da poco.

    Infine, la lavabiancheria al Rifugio Cervi non c’è più. Sicuramente era una comodità inutile. È anche vero che la comodità è un concetto relativo. Diverse volte, per esempio, ci è capitato di trovare grandi raduni di “cavalieri” al rifugio di Valle della Giumenta, attorniati da numerose macchine di supporto (tutte ovviamente autorizzate). Per chi ritiene che le macchine non debbano entrare nei parchi per attività di svago, quella è una comodità fuori luogo. Chi è senza peccato scagli la prima pietra, diceva qualcuno.

    Grazie ancora per la sua testimonianza, e speriamo di poterci incontrare in montagna.

    Giovanni Orlando

  3. Giuseppe Lo Cicero

    Caro Giovanni,
    grazie per la tua risposta. Mi permetto di darti del tu perché mi sembra naturale tra amanti della montagna.

    Ho letto delle tue esperienze e credo che sia stato proprio questo che mi ha convinto a condividere il mio pensiero. La sensazione che qualcosa si muova nel verso giusto, la speranza che persone volenterose e trainate dalle stesse passioni possano unire le loro forze per portare avanti attività che richiamino in montagna sempre più persone, con l’amore che questa merita. Non c’è nessun rancore, ma ritengo giusto che chi non le ha vissute conosca certe cose. Certo, quando passo accanto ai rifugi, non riesco a non rattristarmi. Non c’è nostalgia perché le cose che ho raccontato le faccio ancora. Per le vacanze dei morti sto organizzando un’escursione a Valle Giumenta, con bivacco in tenda. Spero di coinvolgere molti giovani, le nuove leve a cui lasciare il testimone. Questo bivacco sarà anche una specie di test selettivo, per un’escursione analoga da organizzare con la neve; sci ai piedi per chi sa sciare e ciaspole per gli altri.

    Prendo atto con dispiacere delle informazioni sul rifugio di Valle Giumenta. Io l’ho sempre trovato pulito e in ordine, anche quest’estate che l’ho visitato già due volte. Ma si sa, c’è ancora molta strada da percorrere in tema di educazione civica ed ambientale. Di contro, mi fa molto piacere sapere che l’interno del rifugio Cervi sia in buono stato di manutenzione (e che non ci sia più la lavabiancheria :)). Per l’esterno sono disposto a dare io l’impregnante.

    Per quanto riguarda i cavalli, percepisco un certo dissenso. Conosco altre persone in disaccordo sull’uso dei cavalli in montagna, ma sono persone che non amano e non conoscono i cavalli. Percorrere le montagne a cavallo è un’esperienza meravigliosa, che piace moltissimo anche ai cavalli. Ho fatto lunghi trekking a cavallo sulle Madonie; in genere, pianificando bene i percorsi non serve, ma a volte è indispensabile portare acqua e fieno, preventivamente o in itinere, in posti dove non ci sono alternative. Un trasporto in macchina è sufficiente per parecchi cavalli e ritengo che non ci sia niente di male a farlo. Certo, se si viaggia con otto cavalli e otto automobili, è tutta un’altra cosa.

    Se desideri metterti direttamente in contatto con me, autorizzo il moderatore del forum a darti la mia email.

    Cari saluti
    Pinì

  4. Caro Pinì,
    anch’io mi permetto di darti del tu, visto che sei un vecchio ex-Socio, ma con ricordi ancora vividi e intensi del tuo passato. Concordo con quanto detto da Giovanni circa epoche remote e fatti legati ad esse che hanno coinvolto persone che non ci sono più e antichi rapporti che si deteriorarono in quegli anni per tanti motivi a me sconosciuti.

    Rispetto a quanto si afferma circa l’abbandono dei Rifugi, devo invece dire decisamente che non c’è abbandono. Problemi si, ma non “abbandono”. Il lavoro di questi anni si è concentrato maggiormente sul Castellaccio a Monte Caputo, sul Rifugio Vicaretto, sul Rifugio Crispi a Piano Semprìa, sull’Ostello della Gioventù Piero Merlino a Piano Battaglia, sul Rifugio Arcarolo a Serra del Re, sui Nebrodi, sul Rifugio Rascata a Collesano, sul Rifugio Cervi. Di tutte queste strutture abbiamo migliorato, in alcuni casi, la fruizione (Castellaccio, Rif. Crispi, Vicaretto, Cervi), in altre ne abbiamo contrastato il vandalismo (Arcarolo, ricostruito più volte e più volte oggetto di forsennati saccheggi e devastazioni) in altri ancora tamponato il degrado causato dall’altitudine e dalle intemperie (Ostello della Gioventù).

    Credo quindi che sia opportuno fare alcune puntualizzazioni sia circa l’evoluzione del Sodalizio dal 1973 in poi, ovvero da quando decidesti di non farne più parte, sia circa le dinamiche e pratiche legate alla fruizione dei rifugi, di cui alcuni tu ne fai menzione.
    Innanzitutto mi giunge nuova questa notizia della lavatrice al Rifugio Cervi: mi stupisce come si sia potuta alimentare un’idea del genere (forse sarà stata un battuta o l’auspicio di un giorno a venire) perché, chi conosce il rifugio, sa che il suo problema principale è, da sempre, la scarsità d’acqua, dato che l’unico approvvigionamento è una cisterna di acqua piovana di c/a 2 m3 di acqua che d’estate si riduce alla metà. Nei miei soggiorni estivi presso il rifugio a cui anche io ho partecipato insieme a tanti altri soci ed ospiti non è stato mai stato notato alcun elettrodomestico di questo tipo, anche perché avrebbe comportato un inutile consumo di preziosa acqua quando, qualora ci fosse stata la necessità per un lungo soggiorno, ci si sarebbe potuti appoggiare all’Ostello della Gioventù che invece non ha di questi problemi e che ne aveva uno per la pulizia delle tovaglie e dei lenzuoli.

    Riguardo all’uso “di casa privata” da parte del Presidente, è e rimane solo un’impressione, che in molti hanno avuto ed hanno tuttora, sbagliando di grosso però. Dal 1973 in poi, ovvero da quando si terminò la costruzione (il primo della serie fu il Cervi, inaugurato nel 1968) dei suoi Rifugi, questi ultimi sono stati periodicamente utilizzati da parte del Club Alpino Siciliano destinandoli “ai Soci e loro ospiti”, così come stipulato nella varie convenzioni con l’Azienda Foreste o con i Comuni, per quelle dipendenti da essi. E non sarebbe potuto essere diversamente: una convenzione tra un Ente privato non a scopo di lucro ed un Ente pubblico non può essere per un uso di un bene verso terzi, sconosciuti, ma è l’Associazione che si assume piena responsabilità nel regolarne i flussi di persone ad essa conosciute (i Soci e i loro ospiti) con conseguente coordinamento e regolamentazione. L’anomalia sarebbe stata quindi dare le chiavi a chiunque, e sebbene si tentò per un periodo offrire una maggiore fruibilità facendo gestire le chiavi ai gestori del Rifugio Orestano o del Rifugio Merlino che le avrebbero date su consegna di documento di riconoscimento, la cosa si rivelò fallimentare poiché gli utili oggetti contenuti nei bivacchi (attrezzi, pale, lampade), sparivano regolarmente durante questi utilizzi per poi dover essere ripristinati dal Sodalizio oppure dovere inseguire invano le ultime persone che avevano utilizzato il rifugio per farsele restituire.

    Si decise quindi di aprire i Rifugi attenendosi alle regole sottoscritte nelle concessioni, quindi solo per le attività e le escursioni organizzate dal Sodalizio e così avvenne. Ogni estate, a turno, i rifugi venivano/vengono tuttora aperti per alcune settimane in via continuativa, ed il Socio che voleva/vuole partecipare doveva/deve solo contattare chi avrebbe aperto/apre in quei giorni. Ovviamente, l’escursionista non Socio che si trova a passare di li, è accolto fraternamente (dal bicchiere d’acqua, al caffè, fino a condividere il pasto insieme) e di questa esperienza anche tu hai avuto modo di viverla. Oppure veniva/viene pubblicato il programma gite annuale, che vedeva/vede attività escursionistica generalmente a scadenza settimanale, dove, oltre alle escursioni in giro per la Sicilia, c’erano/ci sono anche quelle che prevedevano/prevedono una sosta o un pernottamento in uno dei bivacchi.

    Tutto ciò è andato avanti per tanti anni e, certo, anche il Presidente si è dato da fare per aprire alternativamente un rifugio oppure un altro, coinvolgendo quanto più possibile altri soci ed amici per condividerne il piacere e l’onere. In tutto ciò infatti ci si preoccupa di passare l’impregnante dove si può, si ingrassano le cerniere dove si può e si mantiene in efficienza ciò che si può. Il resto più pesante o impegnativo viene programmato e lo si fa fare alle squadre di soci che annualmente si adoperavano/adoperano per manutenere le strutture. E poi, nel momento in cui una qualsiasi altra associazione intende condividere delle iniziative, il Sodalizio è bene contento di mettere a disposizione i propri rifugi come forma di partecipazione. Tutto questo è quindi avvenuto fino ad oggi.

    Ci sono, ovviamente anche dei casi problematici.
    Alcuni rifugi come quello di Pizzo Carbonara, è stato vittima di una tempesta particolarmente violenta, che ha trascinato il tetto di mezza tonnellata a trenta metri dal rifugio ed anche la rimozione del tetto dal posto in cui l’abbiamo trovato è stata problematica perché abbiamo dovuto portare a spalla un gruppo elettrogeno per sezionarlo e poterlo riporre all’interno della struttura evitando così di disperdere i detriti nell’ambiente. Quando avvenne questo danneggiamento il rifugio era già passato in proprietà del Demanio e quindi qualsiasi lavoro di manutenzione straordinaria sarebbe potuto essere eseguito e realizzato solo dagli uffici della Regione preposti. In tal senso il Sodalizio, attraverso un’ipotesi progettuale dell’Arch. Armando Barraja, socio del Club, si fece parte diligente comunque proponendo una soluzione ricostruttiva del bivacco con caratteristiche tecniche più adeguate e studiate per mantenere la struttura con meno necessità di manutenzione e migliore protezione agli eventi atmosferici sfavorevoli. Il progetto inoltre prevede la realizzazione di un terrazzino/cisterna/solarium adiacente al Rifugio per avere una riserva di acqua disponibile, nonché una parte sempre aperta a tutti per ripararsi in caso di mal tempo. Consegnammo il progetto di massima qualche anno fa al Dipartimento e non ne abbiamo più avuto notizia.

    Un’altro rifugio che presenta dei problemi di copertura è il Rifugio Torre del Bosco a Pizzo Bileo a Ficuzza. Lì si è verificato che il terrapieno che si addossa al rifugio ha aumentato il suo volume e quindi la sua pressione sul muro del rifugio, che ha rotto e che, a cascata, ha fatto saltare la testa delle travi e quindi ha reso la struttura precaria e bisognosa di intervento. Anche qui un nostro socio geologo, il Prof. Avellone, ha elaborato una relazione tecnica sullo stato geologico dell’area circostante il rifugio e che abbiamo consegnato agli uffici regionali per intervenire e risolvere il problema del terrapieno con un adeguato drenaggio e contenimento, in modo tale che si potesse poi mettere mano al tetto in maniera duratura. Abbiamo consegnato la proposta agli uffici e ci siamo anche proposti noi di effettuare il lavori di riparazione ma avevamo la necessità di essere autorizzati per effettuare tali lavori. Anche qui silenzio totale.

    Il rifugio Morici a Piano Imperiale invece è soggetto a problemi che affliggono la struttura poiché lo scarso innevamento progressivo di questi decenni ha provocato una modifica della consistenza del terreno (di tipo argilloso) su cui poggia il rifugio causando dei problemi al lato ovest del Rifugio. Qui siamo in zona A di Parco e pertanto si dovrebbe intervenire con progetti accurati e articolati, e, in definitiva, la decisione su questo tipo di interventi va presa in un programma di reale uso intensivo del Rifugio che ne possa giustificare lo sforzo. A ogni modo, è in programma da parte nostra ripararlo per quanto possibile e farne un uso durante le stagioni che lo consentano.

    Riguardo il Rifugio Orestano a Piano Zucchi, a parte la diatriba legale con l’ex gestore che abbiamo in corso da anni e che, di fatto, blocca anche un suo uso ridotto come “bivacco”, un paio di anni fa abbiamo fatto elaborare a un professionista un progetto di riqualificazione della struttura per poterla riaprire secondo le norme vigenti. Ne è scaturito un progetto molto costoso e impegnativo e di cui siamo alla ricerca di formule amministrative condivise col Comune di Isnello per affrontarne la spesa, necessaria per la riapertura.

    In merito all’Ostello della Gioventù invece, la vecchia gestione di Franco Mogavero si è conclusa nel 2014 con il suo pensionamento e da quell’anno, nonostante le molteplici sollecitazioni all’Amministrazione Regionale da parte nostra per ottenere il titolo di rinnovo concessione per riassegnare una gestione, procurare tutte le autorizzazioni necessarie e riaprire la struttura agli visitatori di Piano Battaglia, non abbiamo ricevuto risposte adeguate dalla Regione, causando così disagi a tutti i livelli: a noi per i costi di manutenzione di una grande struttura che sono gravati tutti sulle nostre spalle (mentre prima era affidata al contributo fattivo della gestione) e ai visitatori e utenti di Piano Battaglia per il venir meno di un’altra struttura a disposizione per la fruizione della località. Anche qui, comunque, per una riapertura intensiva del Rifugio sono necessari centinaia di migliaia di euro e al momento è solo possibile un uso come “bivacco”.

    Dopo queste doverose precisazioni sono contento di essere venuto a conoscenza della tua passione per la montagna siciliana e mi auguro nel prossimo futuro di condividere insieme qualche escursione e soggiorno in qualche bivacco col camino acceso.

    A presto quindi.
    Mario

  5. Giuseppe Lo Cicero

    Caro Mario,
    grazie per le informazioni e le precisazioni.

    Io ho potuto offrire un quadro molto limitato della situazione dei rifugi, basato solo sulle mie esperienze e conoscenze dirette. Tu hai ampliato il quadro, fornendo informazioni molto estese e dettagliate.

    La situazione è certamente molto complessa e difficile da risolvere. Io posso offrire il mio piccolo contributo come appassionato della montagna, come ingegnere o come manovale e confermo la mia disponibilità, ma non sarebbe certo utile per risolvere i problemi di base. Ho però qualche idea in mente, di cui ti vorrei parlare appena possibile.

    Grazie ancora e a presto.
    Pinì

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