Seduto sotto la tettoia del Ritrovo del Ciclista, mi sono sforzato di ricordare da quanto tempo non piovesse. Credo da tre mesi, da quando ero andato con Sandro a fare un sopralluogo per un’escursione a San Martino delle Scale, la prima settimana di maggio. Anche in quell’occasione c’era stato un acquazzone, e già allora ci eravamo chiesti da quanto tempo non piovesse…

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Quando sono sceso da casa per andare a correre a Monte Pellegrino c’era qualche nuvola sparsa in cielo. Il giorno prima aveva piovuto per tre minuti, ma non ho pensato di controllare le previsioni. Da quando è iniziata l’estate ho praticamente smesso di farlo, tanto dicono sempre la stessa cosa: caldo e cielo azzurro.

Mentre correvo in Favorita, lungo le falde del monte, ho notato che le nuvole a occidente erano aumentate. Adesso occupavano quasi tutto il cielo da quella parte. C’erano grandi ammassi che assomigliavano a panna montata, ma il colore era ancora principalmente chiaro. Vedere queste nuvole dopo mesi di sereno è stato a dir poco strano. Mi sono ricordato di cosa significa un meteo variabile.

Come sempre, sono salito lungo il Sentiero della Rufuliata. Nonostante la giornata non fosse eccessivamente calda, gocciolavo sudore in abbondanza—siamo pur sempre ad agosto a Palermo.

Una volta arrivato sul pianoro, ho percorso il sentiero che attraversa la Costa Finocchiaro. Questa parte del percorso guarda a nord, e lì ho visto una massa d’aria molto scura, grigio-plumbea, che sovrastava il mare in direzione di Ustica. L’aria era così scura che si confondeva con il colore del mare, e lo rendeva più scuro col suo riflesso, a tal punto che la linea d’orizzonte non era più visibile. Davanti a me c’era solo un ammasso scuro che dal basso della costa si alzava fino in alto nel cielo. Sopra la mia testa però il cielo era ancora abbastanza libero.

Poco dopo, proseguendo in direzione del santuario, ho cominciato a sentire dei tuoni in lontananza. Descriverli è difficile. Li sentivo come rotolare lentamente in alto nel cielo. Il suono veniva ancora dal mare, cioè dalla mia sinistra. Poi a un certo punto li ho sentiti anche sopra la mia testa, e ho notato che il cielo sopra di me si era fatto scuro.

In realtà questa perturbazione è arrivata dalla città, cioè da ovest, non dal mare. Fatto sta che sono cominciate a cadere delle grandi gocce di pioggia. Prima erano sporadiche, e alle volte le confondevo con le gocce del mio sudore. Però le vedevo anche cadere a terra intorno a me. Sul terreno e le rocce apparivano come grossi pallini grigi.

Ormai ero in prossimità del santuario, e dovevo decidere se proseguire per il Sentiero del Monaco, che sale verso la parte più alta del molte, quella devastata dalle antenne. Ormai era chiaro che si sarebbe messo a piovere, almeno per un po’. Il classico temporale estivo. Per questo, e per il dolore al ginocchio che già si faceva sentire, ho deciso di accorciare il mio giro e fermarmi al Ritrovo del Ciclista.

Come ampiamente previsto, si è messo a piovere per bene. Ma non è durato molto. Non più di mezz’ora. Poi il cielo verso occidente si è riaperto, mostrando di nuovo l’azzurro sullo sfondo. Contando su questa pausa nella perturbazione, mi sono rimesso a correre, tornando verso la Costa Finocchiaro, questa volta da “dietro”.

Questa parte della corsa è stata un’esperienza bellissima. In poco tempo, la pioggia, l’ombra, e l’aria del temporale avevano abbassato la temperatura. Adesso c’era quasi freschetto. L’acqua caduta al suolo, inoltre, aveva sprigionato il petricore, l’odore della terra secca bagnata dopo molto tempo. Come se ciò non bastasse, il bosco che attraversavo è composto principalmente da pini ed eucalipti, due specie note per le loro forti essenze. Anche queste si sono sprigionate con la pioggia. Il risultato è stato un tripudio di odori buonissimi tutt’intorno. Mentre correvo, pensavo che avrei voluto imbottigliare quel miscuglio di profumi e portarmelo a casa. Ovviamente, da bravo figlio del capitalismo, volevo trasformare la natura in un oggetto per il mio piacevole consumo.

Nell’arco di poco meno di mezz’ora, la pioggia aveva portato altre trasformazioni. Da chiara e sabbiosa, la terra era diventa scura e compatta, assumendo quasi il suo aspetto invernale. I tronchi e i rami degli alberi, bagnati dalla pioggia, erano diventati scuri e lucidi. Su alcuni di essi si vedeva il segno opaco dell’acqua che li aveva toccati, che era riuscita solo in parte a cancellarne la secchezza chiara.

Finita la corsa, tornando a casa in bici, ho riflettuto su quanto fosse stato bello testimoniare il ritorno della pioggia, seppure per un giorno soltanto. D’altronde era per questo che ero uscito.

Da mesi ormai si parla di siccità in tutta Europa. Le conseguenze sono innumerevoli, da quelle sull’agricoltura e quelle sulla vita in montagna, sia per le persone che per gli animali.  Con la siccità arrivano gli incendi, causati spesso dalle persone. Alcuni di questi hanno assunto proporzioni devastanti, come quello in Francia. Ma ormai succede tutte le estati. È la nuova normalità.

Sono problemi enormi, e non è facile trovare le soluzioni e la volontà per attuarle. Sicuramente, riavvicinarsi quanto più possibile alla natura, testimoniare i suoi cicli ed eventi (come la pioggia e la siccità), possono contribuire a creare in ognuno di noi una consapevolezza ambientalista. Speriamo.