Sabato scorso io e Sandro Turdo siamo andati alla ricerca di percorsi per questa escursione in Contrada Trentamazze, sulle Madonie orientali. La contrada è caratterizzata da vasti pascoli, zone umide, boschi di conifere, piccole faggete, e prati d’alta quota. Il meteo era abbastanza soleggiato ma con un forte vento da nord-est. La temperatura per dove eravamo diretti era intorno allo zero.

Abbiamo lasciato la macchina lungo la strada che da Petralia Sottana porta a Piano Battaglia. La nostra prima tappa è stata la cascata Scopalacqua lungo il torrente Mandarini. Alta 40 metri, la cascata si trova a circa 1200 metri ed è la più grande delle Madonie. Sabato era in versione invernale e aveva un fascino maggiore del solito.

Dopo la cascata siamo andati a cercare una pista forestale che si snoda all’interno di una pineta. Sebbene si tratti di una zona di rimboschimento, ho trovato il luogo molto suggestivo per la presenza della neve, che ricopriva tutto. Il connubio pini-neve dava alla zona un aspetto “nordico” molto lontano dagli stereotipi del paesaggio siciliano. Sicuramente una bella sensazione per chi ama la montagna alle nostre latitudini.

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Lungo la pista c’era sia neve vecchia, caduta nelle scorse settimane, che neve nuovissima, della notte prima. Gran parte di quest’ultima era in forma di micro-pallini che riempivano le pieghe del vecchio manto nevoso e le orme lasciate dagli animali. A tratti, il vento spingeva i pallini in tutte le direzioni, facendoli correre al suolo per decine di metri. La neve più sottile e farinosa, invece, veniva spazzata in alto, rendendo visibile le folate di vento.

Salendo di quota, una volta usciti dal bosco, si è aperto davanti a noi un panorama unico sulle cime più alte delle Madonie, tutte imbiancate. Trovandoci nella parte orientale del parco, infatti, potevamo vedere il massiccio centrale quasi nella sua interezza.

Quando siamo arrivati a Piano Catarineci, il vento era così forte che restare in piedi era quasi impossibile. Per Piano Battaglia i siti meteo davano raffiche tra i 50 e 70 km/h e una temperatura percepita di -10. Piano Catarineci si trova a un’altezza paragonabile ma è più esposto di Piano Battaglia, non essendo circondato da grossi rilievi come la Mufara e Pizzo Carbonara.

Per resistere al vento ci siamo messi a camminare con il corpo proteso in avanti. Nonostante ciò, diverse volte siamo stati quasi scaraventati a terra. Solo la prontezza di riflessi nell’accompagnare il colpo con dei passi veloci—quasi di corsa—nella direzione del vento ci ha tenuti in piedi. Questo e la fortuna.

Un altro problema era il ghiaccio presente sul pianoro, che veniva sollevato dalle raffiche di vento e ci finiva in volto. La sensazione era quella di essere colpiti da pietrisco gelido.

Abbiamo abbandonato l’idea di salire su Pizzo Catarineci e ci siamo infilati in una delle piccole valli che scendono dal pianoro, per trovare protezione a quote più basse.

Così abbiamo cercato un percorso, camminando su pendii stracolmi di neve immacolata e in mezzo ad arbusti e piccoli gruppi di alberi. Il territorio in cui ci trovavamo era complesso, pieno di saliscendi. Su questa base, la coltre nevosa aveva creato strutture fuori dal comune.

In diversi punti, le pieghe del terreno e lo sciogliemento della neve avevano dato vita a ruscelli effimeri, il cui scorrere era l’unico rumore oltre a quello del vento e dei nostri passi sulla neve.

Man mano che siamo scesi, mi sono reso conto di essere stanchissimo. La temperatura durante tutta l’escursione era stata sottozero e il vento aveva reso camminare molto più faticoso del solito, per non parlare della neve al suolo. Avevamo fatto solo una pausa di dieci minuti scarsi, mangiando un boccone seduti su un tronco congelato nella pineta. Per il resto, gli unici momenti in cui ci eravamo fermati erano quelli per scattare foto e fare video.

Ripensandoci, mi sono reso conto che nonostante tutta l’attrezzatura tecnica che ho e che potrei comprare, il limite resta sempre l’attrezzatura umana.