L’1 novembre sono andato con Peppe sulle Madonie, nella zona del massiccio di Monte Cervi. Stando alle previsioni meteo, il giorno prima aveva piovuto ininterrottamente. Un gruppo di persone che abbiamo incontrato durante la giornata ce lo ha confermato; avevano dormito in tenda e la pioggia non aveva dato loro tregua. Così abbiamo trovato tutto bagnato—il terreno, le rocce, gli alberi, le case. Lungo il sentiero che da Portella Colla porta a Piano Cervi c’erano dei ruscelli “in piena”. Vedere quell’acqua limpida scorrere veloce tra le rocce è stata una bella novità. Il suono che produceva metteva allegria. Diciamo che le sensazioni dell’escursionismo siciliano sono quasi sempre “asciutte”. Il cielo era ancora pieno di grosse nuvole basse; in diversi punti avevano la consistenza della nebbia. Del sole nessuna traccia, ma non c’era per nulla freddo. 12 gradi.

Quando siamo entrati nel bosco siamo stati avvolti dai colori caldi delle foglie di faggio. Questa era una delle cose per cui non vedevo l’ora di venire. Testimoniare il passaggio delle stagioni. Vedere come cambia la natura in base al volgere della Terra intorno al Sole. Già salendo in macchina per il Vallone Madonie avevamo visto macchie di faggi stagliarsi di rosso, giallo e rame sul grigio chiaro di Pizzo Carbonara. Il contrasto dei colori esaltava la delicatezza dei piccoli gruppi di alberi. Sembravano dettagli dipinti su una vasta tela di pietra.

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Camminando nel bosco, invece, sembrava di osservare un affresco. Le foglie colorate formavano una volta sotto la quale anche la luce appariva diversa, non più invisibile—incolore—ma quasi colorata. Mi sono chiesto se questo effetto fosse dovuto a un’azione di filtraggio delle foglie. A terra c’era già un bel manto di foglie cadute, fradicio e scuro a causa delle piogge. Peppe ha detto che era difficile immaginare che tutte quelle foglie sarebbero scomparse e diventate terra. Eppure succede tutti gli anni.

Proseguendo lungo il Sentiero Italia, abbiamo superato il rifugio del Club Alpino Siciliano e il pagliaio che gli sta accanto, e siamo arrivati a Cozzo Morto. In realtà la nostra meta era Pizzo Antenna Piccola, ma poco prima avevamo incrociato un gruppo di più di una dozzina di persone che si dirigeva proprio lì. I loro erano numeri da confusione, urla e risate sguaiate. Noi eravamo alla ricerca di pace e tranquillità, quindi abbiamo rinunciato. Mentre eravamo fermi a Cozzo Morto incerti sul da farsi, abbiamo visto un cane all’orizzonte. Dopo qualche secondo, l’animale ha proseguito oltre le rocce ed è scomparso. Incuriositi, abbiamo deciso di andare nella sua direzione.

Raggiunto il gruppetto di rocce dove lo avevamo visto, del cane non c’era più traccia. Davanti a noi si apriva la faggeta. Non eravamo mai stati in quella zona. Cozzo Morto è ritenuto un punto panoramico, ma in realtà si tratta solo di una piccola sella lungo il Sentiero Italia. Si potrebbe anche andare avanti, come avevamo appena fatto noi. Ma poiché il sentiero gira verso sinistra in direzione di Monte Cervi e Monte Fanusi, di solito si va sempre da quel lato. Così abbiamo deciso di andare avanti e addentrarci in quella parte del bosco.

Tra i faggi c’era quasi buio. Il terreno era bagnato e molto scivoloso. Gli unici “sentieri” erano quelli tracciati dai daini—brevi strisce di terra un po’ più battuta rispetto al resto. Svariate volte abbiamo intravisto gruppi di daini in mezzo agli alberi. Man mano che ci siamo addentrati, il terreno si è fatto sempre più in pendenza. Noi lo attraversavamo in obliquo. Mettere i piedi su foglie marce e fango senza poterli appoggiare in piano non era semplicissimo. Nei punti più in pendenza tendevo a camminare con il corpo e i piedi protesi in salita, per appoggiare interamente le suole, compiendo passi in parallelo. L’aumentare della pendenza are dovuto al fatto che stavamo girando attorno a Pizzo Antenna Piccola alcune centinaia di metri sotto la sua cima. Un lato del pizzo è quasi verticale, e noi andavamo proprio in quella direzione.

A causa delle caratteristiche del terreno, quasi inevitabilmente abbiamo cominciato a camminare in discesa. A un certo punto mi sono accorto che poco più avanti c’era molta più luce tra gli alberi. In breve siamo usciti dal bosco. Di fronte a noi si è aperto un panorama vastissimo. Non avevamo idea che avremmo trovato quella vista.

Sulla destra vedevamo Piano Zucchi e l’imbocco del Vallone Madonie; al centro Contrada Volpignano e il paese di Collesano; sulla sinistra il Monte Castellaro e il Vallone Secco, stretto e ripido.

Un po’ più in basso rispetto a noi c’era un gruppo di roccette che sembravano il punto perfetto per fermarsi a pranzare e ammirare il panorama. Così le abbiamo raggiunte.

Il vento in quel punto tirava molto forte, e anche se non era freddo, eravamo pur sempre all’inizio di novembre a più di 1600 metri d’altezza. Mentre bevevo il mio tè caldo, ho osservato il movimento incessante delle nuvole-nebbia spinte dal vento, e ho pensato che alle volte basta andare oltre i soliti sentieri per scoprire nuove prospettive.