Domenica scorsa io, Sandro Turdo e Peppe Mistretta siamo andati a camminare sulle montagne che circondano Piana degli Albanesi. Come Club Alpino Siciliano avevamo organizzato un’escursione a Pizzo Cane, ma il meteo era brutto e così l’abbiamo annullata. Non avendo preso altri impegni per la giornata, abbiamo deciso di andare in giro lo stesso.

Io ho proposto di andare nella Riserva Naturale delle Serre della Pizzuta, dove ad Agosto c’è stato un grandissimo incendio. Era da tempo che volevo vedere con i miei occhi le conseguenze di quel disastro. Penso che l’unico modo per costruire una vera cultura ecologica sia partecipare quanto più da vicino a quello che succede alla natura.

Quando sono sceso da casa, quindi, pensavo che ci saremmo diretti verso Portella della Ginestra, per poi passeggiare lungo la strada forestale che da Portella si snoda all’interno della riserva. In macchina, invece, Sandro ha proposto di salire sulle serre della Pizzuta dal paese, sul versante est. Così abbiamo finito per fare un percorso completamente diverso—un sentierino in mezzo alle rocce anziché un’ampia sterrata tra gli alberi.

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Abbiamo posteggiato accanto a una chiesetta dedicata alla Madonna Odigitria (la Madonna del buon cammino). Da lì abbiamo iniziato a salire lungo una vecchia strada selciata il cui fondo è ormai completamente distrutto dalle intemperie.

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Dopo poco tempo sono arrivate tre moto da cross, annunciate dallo scoppiettio dei loro motori. Temendo che le pietre che sollevavano ci colpissero, ci siamo spostati per farle passare. Due dei tre motociclisti sono riusciti a salire, ma uno si è bloccato. Io e Peppe ci siamo dovuti fermare, mentre Sandro era già più avanti. Dopo alcuni minuti, vedendo che il motociclista continuava semplicemente a scavare con la ruota posteriore, abbiamo ripreso a camminare, infastiditi da questo problema ricorrente. Raggiunto Sandro, abbiamo proseguito su quello che ormai era un sentierino in mezzo alle rocce della cresta che porta alla Pizzuta.

Dopo poco siamo arrivati alla Grotta del Garrone (da gar, “grotta” in arabo), una cavità di origine tettonica, originatasi grazie al movimento delle rocce della montagna.

Proseguendo abbiamo incontrato tre escursionisti che mangiavano seduti lungo il sentiero. Ci siamo salutati e siamo stati qualche minuto a parlare dei percorsi in zona. Venivano anche loro da Palermo ed erano alla ricerca di un’altra grotta, detta dello Zubbione.

Siamo saliti ancora. Di fronte a noi si è aperta tutta la piana detta un tempo “dei greci” per la connessione religiosa (greco-ortodossa) dei profughi che la colonizzarono nel quindicesimo secolo. Il panorama da quel punto era davvero suggestivo.

Arrivati sulla cresta, ci siamo fermati a mangiare su una sorta di piccola sella tra le rocce. Dopo una ventina di minuti ha cominciato a piovigginare, così ci siamo rimessi in cammino. Siamo passati dall’altro lato della catena montuosa, quella che dà sulla valle tra la Pizzuta e le Serre del Frassino.

Quando siamo arrivati sotto la Pizzuta, ho proposto di andare avanti per vedere com’era il terreno che portava al Pelavet. In quel momento stavano arrivando delle grandissime nuvole grigie da nord-ovest. Poco dopo abbiamo cominciato a sentire dei tuoni molto profondi.

All’inizio abbiamo camminato in piano lungo un ampio crinale di roccia. Ad un certo punto siamo dovuti scendere ripidamente verso una sorta di sella, dove abbiamo trovato un grosso gregge di pecore, per poi risalire di nuovo verso la cima rocciosa del Pelavet. Dopo avere raggiunto un punto abbastanza in alto, siamo dovuti scendere di nuovo, questa volta verso una piccola zona di boscaglia dalla quale si erge l’ammasso roccioso che costituisce la cima del monte.

Ogni tanto dal cielo cadevano alcune gocce di pioggia. Alle nostre spalle, la Pizzuta e la cima più vicina delle Serre del Frassino cominciavano a essere avvolte dalle nuvole, mentre i tuoni continuavano a interrompere la quiete del luogo. Abbiamo affrettato il passo, desiderosi di raggiungere la cima ma allo stesso tempo di non trovarci nel bel mezzo di un temporale.

Guardando indietro verso la Pizzuta (a sinistra) dalle pendici del Pelavet

Oltrepassato un ultimo punto di sterpi e arbusti, ci siamo trovati alla base delle grandi rocce che portano sulla cima. C’erano massi di ogni dimensione: dalle semplici pietre a macigni grandi come macchine, tutti accatastati alla rinfusa. Insieme formavano una sorta di largo cono fratturato in mille pezzi. Adesso dovevamo trovare un modo per salirlo.

Scegliere una via in quel punto era come decidere da che parte andare in un labirinto. Sandro e Peppe sono andati verso sinistra. A me pareva che la strada fosse più libera a destra. Così ci siamo separati.

Inizialmente lo spazio tra le rocce era abbastanza aperto, e sono riuscito ad avanzare per diversi metri salendo verso la cima dal versante nord. Poi però lo spazio su cui camminare si è ridotto, e mi sono trovato stretto tra grandi massi a sinistra e un pendio ripidissimo a destra. Sul pendio c’erano solo un paio di balconcini di terra ed erba, poi il vuoto. Il terreno su cui camminavo, inoltre, non era in piano, ma inclinato verso il vuoto. Procedevo quindi leggermente in obliquo. Sono andato avanti facendo attenzione a mantenere il baricentro verso sinistra quel tanto che  bastava per sentirmi sicuro, ma non così tanto da perdere l’equilibrio e scivolare verso il basso. Dove potevo mi tenevo con le mani alla roccia.

Per fortuna questa tratto è durato poco. Poi sono arrivato in un punto dove potevo muovermi più agevolmente. Lì però mi sono reso conto che la strada che avevo imboccato era senza uscita. Di fronte a me si ergevano dei massi enormi, che solo una persona che sapeva arrampicare sarebbe riuscita a superare. Sconfitto, sono dovuto tornare indietro.

Se arrivare in quel punto era stato già complicato, tornare indietro lo è stato ancora di più. Per chi non pratica l’alpinismo, scendere da tratti esposti è sempre più difficile che salirvi. Nel mio caso, dovevo ripercorrere lo stretto spazio in obliquo rivolto non verso la cima del monte, ma verso il vuoto. Il terreno sotto i miei piedi era sconnesso; in più, in molti punti era ricoperto di muschio bagnato. Guardando il dirupo alla mia sinistra, mi sono chiesto se i piccoli balconcini di terra sarebbero stati in grado di fermare una mia eventuale scivolata. Per un attimo mi sono lasciato prendere dallo sconforto e ho creduto di non farcela. Poi mi sono detto che se ero riuscito a passare all’andata ci sarei riuscito anche al ritorno. Così, sentendo dentro il fuoco dell’adrenalina, lentamente sono passato.

Tornato alla base dell’ammasso roccioso ho sentito le voci di Sandro e Peppe che erano arrivati in cima. Un attimo dopo, Sandro è spuntato all’orizzonte di pietra e, vedendomi, mi ha indicato la direzione da prendere. Si trattava di una strettoia piena di detriti che formava una sorta di ripida e sconnessa scala per la vetta. Aiutandomi con le mani, sono sbucato fra le rocce sommitali, e dopo qualche passo timoroso sui massi che mi separavano dai miei amici, li ho raggiunti.

A nord, tutto l’orizzonte era occupato da nuvole basse e scure che si muovevano come nebbia. Queste enormi masse d’umidità erano impigliate alle cime della Pizzuta e delle Serre del Frassino come lana di pecora sul filo spinato. Le loro propaggini si staccavano continuamente e volavano verso di noi. Da un momento all’altro ci saremmo trovati nella nebbia. I tuoni continuavano con regolarità preoccupante.

In cima al Monte Pelavet (1257m)

In cima mi sono reso conto di essere stanco per la velocità con la quale avevamo salito il monte. Così mi sono seduto. Ansimando leggermente, ho sentito la tensione del corpo sciogliersi.

Verso sud la visibilità era ancora buona. In un punto in particolare si intravedeva il bagliore del mare lungo la costa meridionale. Come accade spesso in questi casi, per un gioco ottico sembrava che il livello dell’acqua fosse più alto di quello della terra. Il mare risultava come in cielo. A occidente il sole ormai basso proiettava i suoi raggi tra le nuvole dense, creando dei giochi di luce bellissimi lungo tutta la Valle dello Jato. In quella direzione l’aria appariva dorata. Tantissimi piccoli specchi d’acqua brillavano come gocce di metallo fuso nei campi.

Saremo rimasti in cima non più di dieci minuti. Poi si è messo di nuovo a piovigginare, e temendo il peggio abbiamo iniziato a scendere.

Considerato il tempo minaccioso, abbiamo deciso di non ripercorrere la strada dell’andata, troppo lunga e complessa. Una volta tornati alla sella dove c’erano le pecore, abbiamo iniziato a scendere a sinistra lungo un ampio declivio, seguendo il sentierino fangoso lungo il quale, a giudicare dalle impronte, passavano gli erbivori. Camminavamo velocemente. In alcuni punti abbiamo accennato addirittura la corsa. Così siamo arrivati alla strada forestale che da Portella della Ginestra conduce dentro la Riserva della Pizzuta. Dopo un’altra mezzora eravamo lungo la strada provinciale.

Mentre camminavo con alle spalle l’ultimo sole, mi sono reso conto di come tutta la giornata fosse stata una sequenza di decisioni prese senza un piano premeditato e senza sapere come sarebbero andate le cose. Era da tempo che non mi capitava di passare una giornata così. Riflettendoci, ho sentito un sorriso comparire sul viso, e il mio cuore per un po’ è stato più leggero.

In copertina: Peppe (sinistra) e Giovanni (destra) in cima al Monte Pelavet, sullo sfondo il Monte Kumeta (foto Sandro Turdo).