Nei giorni scorsi ha nevicato un bel po’ sopra i 1000 metri. Così con Sandro Turdo siamo andati a fare un giro in previsione di questa escursione. All’inizio avevamo pensato di andare in zona Piano Cervi (Piano Battaglia neanche a parlarne…). Alla fine, però, volendo cercare qualcosa di meno inflazionato, ci siamo diretti verso Piano Sempria, sopra Castelbuono.

Abbiamo lasciato la macchina di fronte il Rifugio Crispi del CAS. A quell’altezza c’era freddo ma non abbastanza da far nevicare, almeno non a quell’ora. Il terreno era coperto da un leggero strato di neve caduto sicuramente di notte. Quando siamo arrivati cadeva solo nevischio, quella sorta di pioggia densa che segna il passaggio tra lo stato liquido e lo stato solido dell’acqua.

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Poco dopo avere oltrepassato il rifugio ha iniziato proprio a nevicare. Ha fatto così tutto il giorno—attacca e stacca. Lungo la parte iniziale del percorso la neve era molle, quasi sciolta. Più in alto, in direzione del Cozzo Luminario, è diventata più consistente.

Nello spazio di poche centinaia di metri, la neve al suolo è aumentata di molto. In alcuni punti si sprofondava fino al polpaccio. Noi avevamo le ghette ma non le ciaspole. Gran parte del percorso è stato comunque fattibile. La fatica aggiuntiva dovuta alla mancanza delle ciaspole era compensata dal minore peso ai nostri piedi.

Abbiamo seguito quello che sapevamo essere il sentiero sotto la neve. Lungo uno dei suoi lati si era formato un ruscello alimentato dallo scioglimento della neve. Vedere scorrere l’acqua in mezzo alla neve mi è sembrata una cosa rara. Poi mi sono reso conto che succederà tutti gli anni. Semplicemente non siamo abituati a vederlo, o anche solo a immaginarlo, vivendo in Sicilia.

Proseguendo abbiamo scoperto che in una depressione naturale del terreno si era formato un laghetto. Oggi era tutto coperto di neve, ma la presenza dell’acqua si riusciva a scorgere perché la neve sovrastante era semi-sciolta.

Oltrepassando il Cozzo Luminario sulla nostra sinistra, siamo entrati nella Valle Intera, un’antica via di accesso all’altopiano di Pizzo Carbonara. Si tratta di una zona dove non s’incontra mai nessuno, visto che quasi tutti gli escursionisti che vengono da queste parti vanno a vedere gli agrifogli giganti. Proprio in quel momento stava nevicando molto. Lo spettacolo davanti a noi era magico.

A un certo punto, su uno dei tanti rilievi circostanti, ho notato che si era formato una specie di seracco. Nei ghiacciai, i seracchi si formano a causa di una rottura nel substrato roccioso, oppure, nel caso dei ghiacciai sospesi, a causa della presenza di una parete rocciosa. Il termine è quindi improprio in questo caso, visto che non ci trovavamo su un ghiacciaio. Ma la formazione in questione era molto simile. Si trattava infatti di un grande blocco di neve orizzontale, sospeso lungo un ripido pendio. Era come una grande onda di neve che aveva raggiunto la sua massima altezza prima di cominciare a piegarsi su sé stessa.

Nonostante fosse previsto vento forte da nord, per un bel tratto quasi non ne abbiamo percepito. Salivamo da est, e il massiccio del Carbonara ci proteggeva dall’aria più fredda. Quando siamo arrivati a Croce dei Monticelli, però, ci siamo affacciati sulla costa, e la cosa è decisamente cambiata. Il vento gelido ha iniziato a colpirci direttamente sul viso. Fino ad allora la salita e l’incedere nella neve ci avevano riscaldati, e parte dei nostri vestiti erano rimasti aperti. A quel punto abbiamo chiuso e stretto tutto l’abbigliamento che indossavamo. Da un momento all’altro sembrava di stare facendo un’escursione completamente diversa.

Tutto attorno c’era un silenzio incredibile. Gli unici rumori che sentivo erano i miei passi che calpestavano la neve, il vento che mi soffiava nel cappuccio, e il mio respiro. Ogni tanto, il cielo sopra di noi si apriva, mostrando le colline più in basso verdi, prive di neve. Il sole in mezzo alle nuvole dense sembrava una piccola lampadina che emetteva una luce fredda.

Sulla neve abbiamo trovato poche tracce di animali—qualche lepre, volpe e daino. Durante tutto il giorno avremo visto sì e no un daino e un paio di uccellini. Con quelle temperature, gli animali saranno stati rintanati o a quote più basse.

Sandro è voluto andare a vedere l’acero monumentale che avevamo trovato durante un’escursione con il CAS lo scorso settembre. L’albero cresce dentro una dolina stretta e profonda, che ovviamente oggi era piena di neve. L’altezza del tronco quindi era un po’ meno pronunciata del solito, ma la dimensione della chioma era sempre impressionante.

In quel punto ci trovavamo poco sotto Piano Catagiddebbe, il primo di una serie di pianori rocciosi che si susseguono fino ad arrivare in cima a Pizzo Carbonara (1979 m). Così ho proposto a Sandro di andare a vedere il panorama da là su.

Siamo saliti lentamente sul pendio nevoso guardando la linea dell’orizzonte creata dal pianoro. È stato bellissimo. Ho avuto la sensazione di trovarmi in un luogo nuovo, anche se ero già stato lì più volte. Non era tanto che non mi sentissi in Sicilia. Era proprio la sensazione di stare scoprendo un territorio sconosciuto.

Riflettendo su queste sensazioni, mi sono venute in mente alcune parole di Robert Macfarlane:

“La neve è un terreno ideale per «potenziali» esploratori. Essa possiede l’affascinante capacità di rinnovarsi, di cancellare le tracce di quelli che sono passati prima di noi. Attraversare una distesa di neve intatta significa davvero essere i primi.”

Mentre salivamo è scesa la nebbia. Sul pianoro ce n’era davvero tanta. Io e Sandro avevamo preso direzioni diverse, e mi sono reso conto che rischiavamo di perderci. In poco tempo i punti di riferimenti hanno iniziato a scomparire. Con il suolo tutto coperto di neve, la distinzione tra cielo e terra era segnata solo dalla presenza di alcune rocce affioranti. Mi è venuto in mente il fenomeno del whiteout, e mi sono riavvicinato in fretta.

Nella nebbia, il pianoro, l’orizzonte e il cielo hanno cominciato a non distinguersi più

In alcune zone dell’altopiano la neve era ghiacciata. Non avendo i ramponi, dovevamo fare attenzione a dove mettevamo i piedi. Il mio termometro segnava 0,7 gradi, ma aggiungendo il vento saremo stati sicuro sotto zero. Per Piano Battaglia, i siti meteo davano una temperatura percepita di -5 gradi; noi ci trovavamo un po’ più in alto.

A un certo punto, la nebbia è passata e il cielo ha iniziato ad aprirsi. Erano già le quattro, e il sole stava tramontando. Verso occidente le nuvole hanno cominciato a tingersi di rosa. L’ampiezza e la bellezza della vista toglievano il fiato—molto più della salita. In quel momento ho pensato che il mondo in cui viviamo è molto più grande di quanto immaginiamo di solito, per fortuna.

Non siamo andati oltre. Era già tardissimo e sapevamo che avremmo fatto gran parte della strada del ritorno al buio.

Siamo scesi lungo un pendio molto ripido che sotto il manto nevoso era tutto pietre. La magia della neve è anche questa, rende facilmente praticabili superfici di solito impervie.

Quando è scesa la notte abbiamo acceso le torce frontali. Il mondo adesso sembrava ancora più sconosciuto. Nell’ultimo tratto ha iniziato di nuovo a nevischiare. Nei coni di luce delle nostre torce la neve sembrava una miriade di microscopiche stelle cadenti.

La giornata si è conclusa al Rifugio Crispi, dove abbiamo trovato il camino acceso, la cioccolata calda e la grappa.

Foto di copertina: Sandro Turdo