La settimana scorsa c’è stato finalmente un allentamento delle restrizioni dovute al Covid-19 in Sicilia. La possibilità di uscire dal territorio comunale è coincisa con l’arrivo di una perturbazione dall’Europa dell’est, che ha portato temperature molto rigide e un po’ di neve su gran parte della Sicilia settentrionale. Con Sandro e Peppe abbiamo quindi voluto approfittare sia della concessione di muoverci fuori dal comune che della possibilità di sentire un po’ d’inverno. La nostra meta sono state le Madonie, il gruppo montuoso più alto della Sicilia, nello specifico la zona di Piano Cervi (anche noto come Piano Marabilici). L’intento era quello di dormire in tenda. Ma le cose non sono andate come previsto.

Considerato che avremmo dovuto dormire all’aperto con temperature sotto lo zero, i miei preparativi per il trek sono stati più lunghi del solito. Ho fatto lunghi ragionamenti su cosa portare e svariate prove di attrezzatura. Così mi sono reso conto di una cosa sulla quale non avevo riflettuto appieno fino d’ora: più è difficile ciò che uno si accinge a fare, meno si può improvvisare. La difficoltà è data da vari fattori: la natura del terreno, la lunghezza del percorso, le condizioni meteo. Quando uno di questi fattori diventa critico, l’escursionismo diventa una sorta di tecnica o di arte, nel senso di pratica artigiana, che richiede un sapere teorico e pratico.

In caso di freddo intenso, non si tratta solo di aggiungere vestiti pesanti, ma di considerare le varie situazioni in cui ci si verrà a trovare. Ad esempio, è importante distinguere tra la fase di cammino e la fase di stasi al campo. Bisogna considerare se si camminerà leggeri o con uno zaino pesante. Sudare il meno possibile è fondamentale, ma è necessario comunque avere dei capi strategici di ricambio. Questi sono solo alcuni esempi tra i tanti possibili. E ovviamente la faccenda è resa più complessa dalle differenze fisiche individuali (in termini di allenamento, ecc.) e dalle percezioni soggettive di ognuno. Alla fine il mio equipaggiamento per la due-giorni appariva così.

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Siamo partiti da Palermo con una bella giornata di sole. Il cielo azzurro intenso, quasi privo di nuvole. Sandro e Peppe avevano impegni di mattina, quindi abbiamo lasciato la città dopo pranzo. Arrivati a Collesano alle cinque del pomeriggio, ci siamo fermati per comprare della carne. Dopo mezz’ora eravamo in viaggio verso le Alte Madonie.

Fino alla prima metà del 1900 esisteva una distinzione tra Alte e Basse Madonie [1]. Nel primo gruppo rientravano comuni come le due Petralie (Soprana e Sottana), Polizzi Generosa e Geraci Siculo, tutti siti intorno ai mille metri; nel secondo, comuni come Collesano, Castelbuono, Caltavuturo e Isnello, molto più bassi. Questa distinzione era dovuta principalmente alla mancanza di strade che portassero oltre i paesi sui mille metri.

Nel secondo dopoguerra, con lo sviluppo massiccio della viabilità e del trasporto privato, anche le zone più interne sono state collegate alla collina e la costa. La percezione di una separazione tra Alte e Basse Madonie è quindi andata scomparendo. Questo è solo un piccolo esempio di un processo che si è verificato su tutta la terra dopo il 1945: l’espansione della rete stradale anche nelle regioni più remote del pianeta. Come dimostra il caso madonita, questo processo ha cambiato radicalmente il modo di rapportarci all’ambiente, cambiamento che è stato quasi sempre negativo, visto che le strade portano con sé la distruzione degli habitat naturali.

Percorrendo i tornanti della statale per Piano Zucchi, dove avremmo lasciato la macchina, ho guardato le montagne illuminarsi di rosa-arancio al tramonto. Intorno a noi tutto era già in penombra. L’altopiano del Carbonara era avvolto nella nebbia. Le cime visibili erano coperte di neve. Addentrandoci di più nella valle, ci siamo avvicinati alla parete di Pizzo Antenna. Ogni sua fessura era piena di neve bianchissima. Il contrasto con il grigio scuro della roccia dava l’impressione che la parete fosse venata di neve.

Quando ci siamo fermati era già buio. Abbiamo posteggiato lungo la strada, in un punto che sulle cartine è noto come Mandria del Conte, e siamo scesi per prepararci. Io dovevo indossare i miei scarponi, un vecchio modello della Merrell tutto in cuoio. Nonostante abbia altre scarpe da trekking più moderne, trovo che il cuoio, trattato con una cera impermeabilizzante, sia la soluzione migliore per camminare nella neve. La cera impedisce l’assorbimento dell’acqua nello strato esterno della scarpa, cosa che invece spesso avviene nei modelli in Goretex. In questi modelli l’esterno è spesso in pelle scamosciata, che si bagna e resta umido, contribuendo alla sensazione di freddo del piede, e potenzialmente al passaggio di acqua oltre la membrana impermeabile.

Dopo avere indossato gli scarponi mi sono messo le ghette. Poi ho allungato i bastoni da trekking. A quel punto stavo già tremando dal freddo. Lì per lì la cosa non mi è sembrata troppo strana. Sentivo che c’era freddo, ma quando faccio escursionismo invernale mi capita spesso di tremare un po’ appena sceso dalla macchina. Il corpo è stato fermo per ore, seduto al caldo. Questa volta però era diverso. Prima di incamminarci, Peppe ha guardato il termometro digitale che tengo appeso allo zaino e ha visto che segnava -3 gradi. Non ci potevo credere. Non mi aspettavo che facesse già così freddo a quell’altezza, 1260m, alle sei e mezza di sera.

Come si evince dal nome, Mandria del Conte era anticamente una zona di pascolo. Oggi è occupata da case di villeggiatura costruite da famiglie di ricchi palermitani negli anni ’70 del secolo scorso. Per alcuni decenni, la zona ha vissuto un’epoca d’oro connessa agli impianti sciistici della vicina Piano Battaglia. Ma con la chiusura degli impianti e il cambiamento delle abitudini turistiche a partire dagli anni ’90, la zona è stata lentamente abbandonata. La prima parte del percorso si è svolta su una piccola strada asfaltata che sale tra le case ai piedi di Pizzo Antenna. Molte di queste sembravano ormai disabitate, abbandonate al loro destino da una nuova generazione di proprietari non più interessata, o non in grado, di mantenerle. Altre avevano le decorazioni di Natale ancora accese, forse per scoraggiare i ladri. Dopo poco l’asfalto è finito ed è iniziato il sentiero.

Salendo, ho notato che sopra Pizzo Antenna c’era un manto di nebbia basso e sottile, come se un velo di nuvole fosse rimasto impigliato alla parte più alta del monte. Al di là di esso il cielo era libero e pieno di stelle. Sembrava che le stelle emergessero dalla nebbia. Avevano un colore azzurro, più che bianco. La luna era già visibile. Nonostante fosse solo un quarto, ci siamo stupiti di quanta luce emettesse. Camminando alla sua luce-ombra ho provato la solita sensazione di trovarmi in un sogno, in una dimensione al di fuori di quella terrena.

Il sentiero che da Mandria del Conte porta a Piano Cervi sale per una stretta valle tra Pizzo Antenna e Pizzo Colla, nota come Valle della Giumenta. Il territorio che si attraversa è tipico delle Madonie: in parte nuda roccia, in parte piccoli boschi, soprattutto di leccio e faggio. Le forme del terreno, oltre che dai pendii, sono scolpite dall’erosione degli agenti atmosferici, soprattutto l’acqua, che scioglie il carbonato di calcio della roccia e crea caratteristiche conche note come doline (in dialetto quarare).

Attorno, tutto era coperto di neve. Non era moltissima, si poteva camminare benissimo senza ciaspole, anche se alle volte i piedi affondavano fino alle caviglie. La consistenza della neve fresca era farinosa. Illuminata dalla torcia brillava come polvere di vetro. In alcuni punti invece era dura, ghiacciata. La sensazione di camminare sul vetro rotto. Nella neve abbiamo trovato tracce di daino, volpe, lepre e istrice. In molti punti non era ancora passato nessun essere umano. Camminare sulla neve intatta mi ha dato una sensazione bellissima, come se quei luoghi fossero più naturali, più incontaminati del solito. Ovviamente era un’illusione. Ma questa sensazione mi ha fatto riflettere sul desiderio di andare in luoghi percepiti come ancora integri, non rovinati dall’opera della società, e su cosa intendiamo con il concetto di “natura”.

Dopo circa un’ora siamo arrivati nel punto che avevamo scelto per piantare le tende, una piccola radura in mezzo al bosco, a circa 1600m d’altezza, non lontano da un bivacco del Club Alpino Siciliano. Abbiamo pensato di fermarci lì proprio per la presenza del bivacco, di cui avremmo potuto usufruire in caso di bisogno. Il termometro adesso segnava -5 gradi. Già da un po’ la gola aveva cominciato a farmi male, a causa dell’aria freddissima che respiravo. Durante la camminata avevamo discusso cosa fare per prima, se accendere il fuoco o montare le tende. Io avevo suggerito il fuoco. Una volta arrivati, però, Sandro e Peppe hanno iniziato subito a montare le tende.

Io mi sono messo a mangiare una barretta. Più la temperatura dell’ambiente è bassa, più il corpo ha bisogno di energia per mantenere la sua temperatura ottimale. Poi ho indossato altri vestiti. Le mani e le orecchie hanno cominciato a farmi male. In testa avevo già un pesante cappello di pile. Allora ho tirato su il cappuccio della giacca di piumino e mi sono messo i guanti. Poi ho cominciato goffamente a montare la mia tenda. I guanti mi intralciavano e il freddo rendeva più lenti e faticosi i movimenti. Per fortuna non c’era vento, contrariamente a quanto anticipato dalle previsioni. Se ci fosse stato, penso saremmo impazziti cercando di stendere teloni e infilare bacchette dentro anelli. Quando tutti e tre avevamo finito, abbiamo provato ad accendere il fuoco.

Da subito è apparsa un’impresa disperata. Avevamo portato con noi carta e cartone da usare come innesco, ma la legna attorno era tutta congelata. Quella di taglio piccolo, che serve a fare partire il fuoco, era letteralmente incastonata nel ghiaccio. Per sicurezza avevamo con noi anche dell’accendifuoco, ma a parte un effetto iniziale, il risultato era lo stesso: non riuscivamo ad andare oltre una piccola fiamma. La legna congelata si scioglieva e gocciolava. Era come provare a dare fuoco all’acqua.

L’idea di accendere un fuoco in quelle condizioni può sembrare totalmente ingenua. In realtà, il nostro piano di pernottamento era basato su un’esperienza precedente di Sandro, che una volta aveva accesso un fuoco nel camino del pagliaio di Piano Pomo in pieno inverno, raccogliendo legna in mezzo alla neve. Mentre facevamo vari tentativi, abbiamo ragionato sulle differenze tra quell’esperienza e la nostra. Siamo arrivati alla conclusione che quella cruciale fosse che Sandro si trovava al chiuso e usava un camino, e che all’epoca le temperature, sebbene rigide, non fossero sotto lo zero.

Per accedere un fuoco sono necessari tre ingredienti: ossigeno, combustibile e calore. Il calore serve a portare il combustibile alla temperatura di accensione, cioè la temperatura alla quale parte del combustibile si trasforma in gas che reagisce con l’ossigeno e dà inizio alla reazione chimica della combustione, la cui manifestazione visibile è la fiamma. Nel caso del legno, la temperatura di accensione è intorno ai 250°C. Questo comporta che più bassa è la temperatura della legna (e dell’ambiente in cui si trova), più è difficile portarla oltre la soglia di combustione. Dopo avere provato per una ventina di minuti, ci siamo resi conto che non saremmo mai riusciti ad avere un fuoco che potesse riscaldarci. Sconfitti, abbiamo deciso di entrare nel bivacco.

Il Rifugio Cervi del Club Alpino Siciliano (di cui avevamo le chiavi in quanto soci del club) è una piccola struttura in legno e muratura, di forma rettangolare, con un tetto fortemente spiovente per sopportare grosse nevicate. Costruito nel 1968, il bivacco è diviso in tre ambienti, di cui uno con camino e annesso cucinino. La temperatura al suo interno non era molto diversa da quella esterna, -1 grado. L’acqua del bidone in cucina era congelata. La differenza era che dentro abbiamo trovato tutta la legna secca che ogni anno prepariamo prima dell’inverno. In due minuti abbiamo acceso il camino e ci siamo messi davanti il fuoco a scaldarci mani e piedi.

Ormai erano le nove di sera ed eravamo affamati. Benedicendo la bombola del gas, ci siamo scaldati la zuppa ai fornelli e abbiamo cenato. Il resto della notte è passato a sederci a turno di fronte il camino fino a sentire troppo caldo e lasciare il posto a un altro. Abbiamo riso dell’assurdità di quell’ora e mezza passata fuori a cercare di accendere il fuoco. Lentamente, la temperatura nella stanza è salita, raggiungendo i 4 gradi. A un certo punto ho portato il termometro digitale fuori, per vedere che temperatura segnasse.

Dopo mezzanotte ho deciso di andare a letto. Nella cameretta senza camino c’erano 2 gradi. Dentro il mio sacco a pelo non ho sentito freddo (è tarato per una temperatura comfort di -6), ma mi facevano male la gola, il naso e gli zigomi, che erano scoperti. Come al solito in queste situazioni, ho avuto grosse difficoltà ad addormentarmi. Avrò dormito al massimo quattro ore.

L’indomani mi sono svegliato stanchissimo. Dopo una colazione molto abbondante, siamo usciti a recuperare le tende, che la sera prima avevamo lasciate montate nella radura più in alto. Poi abbiamo deciso di salire a Monte Cervi, la cima più alta (1794m) del sotto-gruppo delle Madonie in cui ci trovavamo.

La giornata era bellissima, soleggiata e con cielo azzurro. La temperatura di poco sopra lo zero. Al sole c’era “caldo”, ma all’ombra subito freddo. Se si alzava un po’ di vento, molto freddo. Siamo saliti a Monte Cervi da est, attraversando un fitta faggeta e camminando sugli orli delle doline e su piccole creste rocciose. La neve era distribuita in maniera del tutto irregolare, in alcuni punti abbondante, in altri completamente assente.

Dalla dorsale che porta a Monte Cervi riuscivamo a vedere parte dell’Etna, ma il Monte Mufara di fronte a noi nascondeva la cima del vulcano. Arrivati in cima a Monte Cervi – più che una cima, il punto più alto della dorsale – ci siamo fermati ad ammirare il panorama. Poco dopo Sandro e Peppe hanno proseguito per trovare un punto da cui vedere meglio la costa, mentre io sono rimasto a fare delle fotografie. Quando ho deciso di raggiungerli, avevo solo una vaga idea della direzione in cui fossero andati. Monte Cervi è una sorta di grande collina circondata da varie collinette e boschetti di faggio. Appena ci si allontana dalla radura centrale non si è più visibili. Cercando di capire dove andare, mi sono trovato nella condizione di dovere scegliere la direzione in un labirinto.

La zona sommitale di M. Cervi (le iniziali D F sulla pietra indicano il Demanio Forestale)

Così mi sono messo a cercare dal lato ovest finché ho trovato le loro impronte in una macchia di neve, e ho cominciato a seguirle. Per fortuna il giorno prima avevo imparato a riconoscere il calco delle loro suole. Così ho proceduto piano piano, ostacolato spesso da interruzioni nel manto nevoso. Alla fine sono arrivato in un punto dove le interruzioni erano così grandi che non vedevo dove proseguire. Inoltre, poco prima le suole di Sandro facevano avanti e indietro, quindi non capivo se avessero cambiato direzione. Ho acceso il telefonino per chiamarli, ma non c’era ricezione. Stavo quasi per mettermi a chiamare i loro nomi quando per un attimo li ho sentiti parlare. Seguendo la direzione di quel suono, li ho trovati ad alcune centinaia di metri, nascosti dagli alberi, appollaiati su delle rocce a guardare il panorama.

Quando li ho raggiunti, mi sono lamentato di quanto si fossero allontanati. Sandro ha risposto che aveva dato per scontato che io avessi capito dove si erano diretti, un luogo per lui famoso e dove, a suo dire, eravamo stati molte volte. Io non ricordavo di esserci mai stato. Nel punto in cui le loro orme diventavano confuse si erano fermati a guadare le tracce di un cane selvatico. Allo stesso tempo mi sono sentito fiero di averli trovati e stupido, perché per mancanza di comunicazione e leggerezza ci stavamo quasi perdendo.

Siamo tornati al bivacco che erano le tre e mezza del pomeriggio. Dopo avere riacceso il camino, abbiamo cucinato la carne comprata il giorno prima a Collesano. Poi abbiamo cominciato a ripulire il bivacco e preparare gli zaini per il ritorno. Mentre facevo queste operazioni, ho notato che in alcune dita avevo i capillari sopra le unghia rotti. Sotto la pelle c’erano delle piccole macchioline di sangue, evidentemente causate dal freddo delle ultime 48 ore. Nei giorni seguenti ho avuto le punte delle dita e i polpastrelli ruvidi, e con mia grande sorpresa, dopo tre settimane la pelle attorno alle unghia è seccata e si è tolta, come quando ci si ustiona al sole e poi si “spella”.

Quando era già calato il buio ci siamo messi in cammino verso Mandria del Conte. C’era di nuovo molto freddo, -1. Durante il tragitto di ritorno ho notato molte più impronte di scarpe, segno che altre persone erano venute a godersi la bella giornata in montagna. Stanco e dolorante per il peso dello zaino e di tutto l’occorrente per dormire in tenda, che non mi era servito a nulla, sono arrivato con gli altri alla macchina.

Note

[1] Vedi per esempio Orestano, Fausto. 1906. Le Madonie. Palermo: Club Alpino Siciliano.